Tumori, al via rete di 60 oncologi esperti in ‘Medical Humanities’
CIPOMO: “urgente portare competenze nelle oncologie italiane”
Si è concluso oggi a Piacenza il primo triennio della Scuola CIPOMO di Medical Humanities. I medici formati diventano promotori delle competenze acquisite nei rispettivi ospedali
Grazie alla Scuola CIPOMO, sostenuta dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano, i partecipanti trasferiranno le competenze acquisite ai colleghi delle proprie strutture, moltiplicando l'impatto del progetto. Già prevista una quarta edizione.
Piacenza, 10 ottobre 2026 – Sessanta oncologi formati in tre anni, provenienti da diverse realtà ospedaliere italiane, con una missione che va oltre il proprio aggiornamento professionale: trasferire ai colleghi le competenze acquisite, contribuendo a diffondere una nuova cultura della relazione di cura negli ospedali del Paese. È questo l'obiettivo della Scuola CIPOMO di Medical Humanities, nata a Piacenza nel 2024 per iniziativa del Collegio Italiano dei Primari Oncologi Medici Ospedalieri e sostenuta dalla Fondazione di Piacenza e Vigevano. Un progetto che punta a moltiplicare gli effetti della formazione: ogni oncologo coinvolto può diventare, nella propria struttura, un promotore del cambiamento, portando nell'attività quotidiana strumenti e conoscenze sviluppati durante il percorso.
La terza edizione si è conclusa sabato 10 ottobre, nella sede della Fondazione, con la consegna degli attestati ai 20 oncologi che hanno partecipato al corso di quest'anno. Alla cerimonia hanno preso parte il ministro Tommaso Foti, il presidente della Fondazione Roberto Reggi, il giornalista Giangiacomo Schiavi e i fondatori della Scuola, Alberto Scanni, Luisa Fioretto e Luigi Cavanna. Era inoltre presente lo scrittore piacentino Gabriele Dadati, che ha ricevuto un riconoscimento per il lavoro svolto come docente durante il percorso formativo.
Con l’appuntamento di Piacenza si è concluso il primo triennio della Scuola, che proseguirà le proprie attività con una quarta edizione del corso residenziale a Piacenza e con la prospettiva di ampliare l'offerta formativa in altre aree del Paese. L'obiettivo rimane quello di costruire una rete sempre più ampia di oncologi capaci di trasferire le competenze acquisite ai colleghi delle rispettive strutture, moltiplicando gli effetti della formazione ben oltre il numero dei partecipanti ai corsi.
Il corso residenziale si è articolato in tre moduli, dedicati ad altrettanti aspetti dell'assistenza oncologica: “Il Tempo e la Parola”, “Il Dolore e la Speranza” e “Il Gruppo e i Sistemi”. Quest'ultimo è stato al centro delle giornate conclusive e ha affrontato in particolare le relazioni tra i professionisti, le dinamiche delle équipe e il funzionamento delle organizzazioni sanitarie.
La Fondazione di Piacenza e Vigevano ha sostenuto la Scuola fin dalla sua nascita, contribuendo a fare di Piacenza un punto di riferimento nazionale per questa esperienza formativa. “Un progetto necessario e innovativo – ha raccontato il presidente Roberto Reggi – che la Fondazione di Piacenza e Vigevano sostiene con convinzione su base triennale, nell'ambito della tutela del benessere delle persone e della promozione della coesione sociale. Perché una medicina più umana, migliorando la vita dei malati, dei familiari e degli operatori sanitari, preserva e rafforza il legame fra il sistema sanitario e il resto della comunità, indispensabile a garantire cure migliori e fiducia nel futuro”.
“La mia esperienza personale mi ha insegnato quanto sia importante, per chi affronta una malattia, avere accanto qualcuno capace di trasmettere fiducia e speranza – ha raccontato il ministro per gli affari europei, il PNRR e la Coesione territoriale, Tommaso Foti - Recentemente un amico mi ha confidato la paura di non farcela e gli ho risposto ricordandogli che cinque anni fa anch'io ero in una situazione difficile e oggi sono qui. Ma se questa speranza viene trasmessa dal medico che ti cura, il suo valore è completamente diverso, anche dal punto di vista psicologico. Per questo considero particolarmente importante il lavoro della Scuola CIPOMO e sono disponibile a offrire, per quanto possibile, anche un supporto organizzativo alla sua prosecuzione”.
“I giovani oncologi escono dalle scuole di specializzazione con una preparazione scientifica molto approfondita, ma le competenze relazionali rischiano di ricevere meno attenzione – sottolinea Rosarita Silva, vicepresidente del CIPOMO –. Questa Scuola contribuisce a colmare tale distanza. I 60 oncologi formati in tre anni tornano nei rispettivi ospedali come agenti di una contaminazione positiva: è come gettare un sasso nell'acqua e vedere i cerchi allargarsi. Chiediamo loro di diventare portavoce di quanto hanno imparato. E il progetto non si ferma: la quarta edizione è già pronta, perché questa non è un'iniziativa sporadica, ma un percorso destinato a proseguire nel tempo”. “Questi 60 oncologi sono quindi un seme importante: le competenze che hanno acquisito non devono rimanere patrimonio individuale, ma essere condivise con i colleghi nelle rispettive strutture – ha sottolineato Alberto Scanni, fondatore della Scuola e presidente emerito CIPOMO –. La medicina ha compiuto progressi straordinari sul piano tecnologico, ma continua a essere carente nel tempo e nella parola, due elementi fondamentali nel rapporto con il paziente. Con questa Scuola vogliamo contribuire a colmare proprio questa distanza”.
“Quando abbiamo immaginato questa Scuola – spiega Luisa Fioretto, fondatrice e direttore didattico – volevamo evitare che le Medical Humanities fossero percepite come un elemento accessorio della medicina. Sono invece uno strumento concreto per comprendere meglio ciò che accade ogni giorno nei nostri reparti: il tempo della malattia, le parole che scegliamo, il dolore, la speranza, le relazioni all'interno delle équipe. L'entusiasmo dei partecipanti, registrato in questi tre anni dentro e fuori dall'aula, e le prime evidenze scientifiche sull'impatto del percorso formativo confermano il valore di questa intuizione”. “Grazie ai progressi terapeutici, oggi anche molti pazienti con malattia metastatica vivono per anni – ha precisa Luigi Cavanna, fondatore della Scuola – L'oncologia sta cambiando profondamente, ma mentre la tecnologia e la ricerca avanzano velocemente, il rapporto con la persona e la presa in carico del paziente faticano a tenere lo stesso passo. È come correre con una gamba che procede veloce e l'altra che arranca: per andare lontano devono avanzare entrambe. La Scuola nasce proprio per contribuire a colmare questo divario”.
“Le tecnologie sono strumenti indispensabili, ma da sole non bastano – ha raccontato Franco Pugliese – presidente della sezione di Piacenza della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (LILT) –. Abbiamo bisogno di medici preparati, capaci di affrontare la malattia considerando non soltanto il paziente, ma anche le persone che gli stanno accanto, lo assistono e se ne prendono cura. Gli oncologi hanno avuto la sensibilità di riconoscere questa esigenza e di promuovere un percorso formativo che contribuisce a sviluppare competenze fondamentali per tutta la professione medica”.
Dietro i dati, le innovazioni terapeutiche e i risultati della ricerca rimane infatti l'esperienza concreta delle persone che affrontano la malattia e di chi se ne prende cura. «Trent'anni fa Gianni Bonadonna aveva intuito la necessità di riportare la dimensione umana nella formazione medica – ha concluso Giangiacomo Schiavi, giornalista opinionista del Corriere della Sera e scrittore –. Vedeva il rischio di una medicina che, attraverso la crescente specializzazione e le nuove tecnologie, finisse per considerare il malato come un insieme di parti separate. Diceva che bisognava superare la figura del medico legato soltanto ai protocolli e recuperare la relazione con la persona nella sua interezza. Vedere oggi realizzato questo progetto significa dare continuità a quella intuizione. È anche un modo per restituire alla professione medica il prestigio e il ruolo che merita».